domenica 30 settembre 2012

Tony Micelotta ci racconta “Il Cocktail Martini"

“Il Cocktail Martini”
“Nostra intervista con il Duca del martini”

Foto di Alessandro Pilastrini
Il “mio” Martini- ci ha raccontato Tony Micelotta  Barman del  Blue Bar dell’Hotel Excelsior di Venezia - l’ho ereditato da un collega: Gilberto Preti che era bar manager al Dukes Hotel di Londra, in St. James, dove nel 2002 venni invitato a tornare per continuare l’arte di Gilberto. Lo proponeva, direttamente versato, tenendo le coppette martini in freezer a meno 18 gradi, come le bottiglie di gin e di vodka. Scomparso lui, io ho continuato a servirlo al Dukes e l’ho ereditato. Ma questa elaborazione del Cocktail Martini, a sua volta Gilberto Preti (originario del lago d’Orta), l’aveva vista a Gstaad in Svizzera, negli anni ’50.
A quell’epoca dall’Hotel Gstaad Palace, ogni giorno, il personale si spostava sulle piste per un offrire un piccolo catering ai propri clienti, perciò costruivano un vero “icebar”, un bar di ghiaccio, nel quale “stivavano” bottiglie e bicchieri che ovviamente prendevano la temperatura perfetta per questo tipo di ricetta. In seguito ho aggiunto a questo Cocktail Martini un dettaglio personale, cambiando l’ampollina che veniva usata per il vermouth, con un atomizzatore. E’ lo stesso strumento che una volta veniva usato dai barbieri per spruzzare il dopobarba, a completamento della rasatura con il rasoio a mano libera. 
Foto di Alessandro Pilastrini
L’atomizzatore è perfetto per spruzzare quel “velo” di Dry Martini alle pareti interne della coppetta, dopodiché, verso il distillato, o gin, o vodka, secondo le preferenze, quindi, completo il drink con appena una strizzatina di uno “zest” di limone, ovviamente biologico. Questo è un dettaglio importante perché se il limone è “trattato” con la cera (come la maggior parte dei limoni per renderli belli lucidi e perfetti più a lungo), con il movimento che facciamo di “squeeze and twist” della buccia, oltre alle goccioline di aroma, anche la cera finisce sulla superficie del drink e si sente sia a livello olfattivo, che di gusto. Il Cocktail Martini è semplice, ma come diceva Winston Churchill: “simple is the best, but to make the best, is not always simple.”
Foto di Alessandro Pilastrini
- Si può parlare di una ricetta “originale” del Cocktail Martini?
E’ sempre difficile parlare di “ricetta originale”. Il Cocktail Martini è stato ideato intorno al 1884-‘85 ed il nome in origine era Martinez, dal nome della cittadina, vicino a San Francisco, dove, si dice, venne ideato e servito il primo. Veniva proposto con Gin ed una goccia di Orange Bitters, una sorta di Angostura estratta dalla scorza delle arance delle isole caraibiche.
L’evoluzione successiva di questo cocktail conosce l’influenza dei primi vermouth francesi che arrivarono in America, e poi intorno agli anni ’20-‘21 accadde una cosa curiosa. Cominciava a diffondersi nel mondo il vermouth italiano e un certo signor Queirolo, ligure, emigrato in America, (dove aveva assunto il cognome della madre, Martini per l’appunto), che lavorava al Knickerbocker Club di New York, decise di sostituire il vermouth francese che mi sembra fosse il Dolin, con quello italiano e, con l’occasione, dette il proprio nome  al cocktail.
Foto di Alessandro Pilastrini
La ricetta del Cocktail Martini, con il tempo, è cambiata anche nelle proporzioni, non è sempre stato un drink così secco. All’inizio era metà gin e metà vermouth, poi 2/3 e 1/3 poi il gusto della gente è cambiato, adesso si beve sempre più secco e già da qualche decennio il martini è solo gin, o vodka, soprattutto nei paesi anglosassoni. In Italia il Cocktail Martini è arrivato negli anni ’50, e Venezia e Roma sono state le due città dove è diventato subito famoso. L’Harry’s Bar di Venezia ne è stato un vero divulgatore, loro lo fanno ancora nel “gallone” (non nel mixing glass), perché era talmente richiesto, che lo esaurivano immediatamente.
A Roma, in Via Veneto in quegli anni, c’era un’antica latteria adesso “Caffè de Paris”, dove Victor Tombolini, questo storico barman, aveva ricreato il primo “corner” american bar italiano. Via Veneto all’epoca era un ritrovo di personaggi internazionali. C’era Charlie Castellotti (barman famoso a Parigi), che, si racconta, quando arrivò all’hotel Ambasciatori negli anni ‘40, su una Packard bianca, elegantissimo, con i suoi due levrieri, tutta la squadra di portineria uscì di corsa, per accogliere questo “cliente” importante e prendergli le valigie, al che lui disse: “Non vi preoccupate per me, sono solo il nuovo lava bicchieri.” Perché era il nuovo barman dell’Ambasciatori.
Io ci ho lavorato nell’84 e ancora circolavano le storie degli anni turbolenti della “dolce vita” quando i locali di Via Veneto avevano barman famosi, come Valentino Clementi al night club dell’Excelsior e poi all’Harry’s Bar e così via. L’Hotel Eden ha sempre avuto ottimi professionisti e una terrazza elegante, ma Roma, con Venezia e Firenze sono ancora oggi all’altezza della tradizione.

1 commento:

  1. Giovanni Puiatti16 novembre 2014 15:15

    Tony è senza dubbio uno dei Grandi protagonisti del mondo miscelato. Barman professionista e di rara professionalità.
    incontrato anni fa al Dukes di Londra dove, dopo che ho imparato a bere con Gilberto, ne è stato degno erede e discepolo. Mi fece conoscere il N3, ottimo gin con la chiave sulla bottiglia verde scuro.
    l'ho poi seguito al Bentley di Genova, appena rientrato in Italia, mentre non sono ancora stato al Blue Bar del Lido di Ve.
    spero di rivederlo presto, il suo Ck Martini si distingue!!!!
    un saluto e.....Cin Cin

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